
Dopo aver toccato i massimi di periodo poco sopra 1,20 a fine gennaio, EUR/USD è rientrato in area 1,17–1,18, mantenendo comunque un apprezzamento a doppia cifra su base annua per la moneta unica. Il cambio tratta ora intorno a 1,18 con un guadagno di circa il 12% negli ultimi dodici mesi, in un contesto di volatilità relativamente compressa rispetto alle fasi più nervose del 2025.
Il movimento recente assomiglia più a una fase di consolidamento e riassestamento dopo il rally innescato dai minimi in area 1,04–1,05 che a una vera inversione di tendenza. Finché il cross resterà sopra i principali supporti di medio periodo, il quadro di fondo continuerà a suggerire un trend rialzista maturo, ma non ancora esaurito.
Sul fronte statunitense, il binomio occupazione–inflazione resta il principale driver per il dollaro. I dati più recenti mostrano un mercato del lavoro ancora solido ma meno brillante rispetto ai picchi post‑pandemici: la crescita occupazionale procede a ritmi moderati, con un aumento di circa 130.000 buste paga non agricole e un tasso di disoccupazione risalito intorno al 4,3% a inizio anno.
Parallelamente, il CPI conferma un percorso di disinflazione ordinata: l’inflazione complessiva si muove poco sopra il 2% su base annua, mentre le misure di inflazione core indicano un raffreddamento dei prezzi rispetto ai livelli raggiunti durante la fase più acuta del ciclo inflazionistico. Questo mix riduce la pressione per una politica monetaria eccessivamente aggressiva da parte della Federal Reserve e attenua le aspettative di tassi reali molto restrittivi nel medio periodo, pur lasciando la porta aperta a un approccio “data‑dependent” nei prossimi meeting.
Un tassello sempre più osservato dagli operatori è la dinamica del debito delle famiglie statunitensi. Il livello complessivo di indebitamento resta storicamente elevato e gli indicatori recenti segnalano un aumento delle insolvenze sul credito al consumo, con particolare vulnerabilità nelle fasce di reddito più basse e tra i debitori più giovani.
Non siamo di fronte a un quadro di crisi conclamata, ma a una crescente fragilità che rende più delicata la trasmissione di una politica monetaria restrittiva all’economia reale. In questo contesto, una Fed percepita come gradualmente meno hawkish tende a indebolire l’appeal strutturale del dollaro, pur lasciando spazio a rimbalzi difensivi nelle fasi di improvvisa avversione al rischio.
Dal lato europeo, il quadro macroeconomico resta lontano dai toni euforici, ma appare più resistente di quanto temuto nelle fasi più dure della stretta monetaria. Le ultime proiezioni indicano una crescita dell’area euro intorno all’1–1,2% nel 2026, sostenuta da una domanda interna in graduale recupero e da un miglioramento dei redditi reali man mano che l’inflazione converge verso il target.
L’inflazione complessiva si colloca ormai vicino al 2%, mentre le pressioni sui prezzi rimangono sotto controllo rispetto agli eccessi del passato recente. Questo contesto ha contribuito ad attenuare i timori di una recessione profonda e a rendere più credibile una narrativa di “soft landing” per l’eurozona, compatibile con una fase di consolidamento “in alto” per la valuta unica contro il dollaro.
La Banca Centrale Europea mantiene un’impostazione prudente, con il tasso di deposito fermo su livelli restrittivi ma stabili da diversi trimestri e una comunicazione fortemente ancorata ai dati in arrivo. L’istituto di Francoforte ha spostato l’attenzione dalla gestione dell’emergenza inflazionistica alla prevenzione di errori di policy, preferendo un prolungato “higher for longer” a movimenti affrettati in una direzione o nell’altra.
In parallelo, il differenziale di rendimento rispetto agli Stati Uniti si è ridimensionato rispetto ai massimi del ciclo di tightening guidato dalla Fed, man mano che le aspettative sui tagli Oltreoceano si consolidano e la BCE viene vista come più lenta nel normalizzare la propria politica. Questo graduale riequilibrio tra le due sponde dell’Atlantico contribuisce a offrire un supporto strutturale all’euro nel confronto con il dollaro.
Dal punto di vista tecnico, EUR/USD mostra ancora l’impronta di un trend rialzista di medio periodo partito dai minimi del ciclo precedente in area 1,04–1,05, con una sequenza di massimi e minimi crescenti che ha portato ai massimi di inizio 2026 poco sopra 1,20.
Il ritracciamento verso 1,17–1,18 si inserisce al momento in una cornice di consolidamento sotto le principali resistenze, con il cambio che rimane comunque nel quadrante alto del range annuale compreso indicativamente tra 1,16 e 1,21.
Le principali medie mobili esponenziali di medio periodo continuano a scorrere al di sotto dei prezzi, a conferma di una struttura rialzista non ancora compromessa sul fronte di fondo.
Sui timeframe inferiori si osserva un canale moderatamente correttivo all’interno di un range più ampio, tipico delle fasi di pausa dopo movimenti direzionali intensi, mentre gli oscillatori di momentum si muovono poco sopra la linea di equilibrio, lontani da eccessi di ipercomprato o ipervenduto.
Il mercato continua a monitorare una serie di livelli tecnici che orientano la lettura del sentiment nel breve periodo.
Sul lato superiore, le resistenze più significative restano concentrate tra 1,19 e la fascia dei massimi di inizio anno poco sopra 1,20, area che ha respinto diversi tentativi di estensione del rally. Una chiusura decisa e ripetuta sopra questa zona aprirebbe teoricamente spazio verso la parte alta del range annuale, dove le prime proiezioni individuano obiettivi intermedi attorno a 1,21.
Sul lato opposto, i supporti immediati si collocano in area 1,17–1,175, che rappresenta il “cuscinetto” difensivo del consolidamento attuale, mentre un cluster più profondo tra 1,16 e 1,165 delimita la soglia oltre la quale aumenterebbe il rischio di un ritracciamento più strutturale. La tenuta di queste zone sarà cruciale per mantenere intatto il disegno rialzista di medio periodo e continuare a leggere eventuali flessioni come semplici correzioni intratrend.
Guardando oltre il brevissimo, diversi scenari di consenso delineano per i prossimi 6–12 mesi un corridoio per EUR/USD grosso modo compreso tra 1,16 e 1,20/1,22, con un’elevata probabilità che il cambio si muova prevalentemente nella parte alta di questo intervallo.
L’ipotesi di base prevede un’alternanza tra fasi di consolidamento e tentativi di estensione rialzista, in presenza di dati macro favorevoli all’euro e di una Fed progressivamente più accomodante sul ciclo dei tassi.
Un proseguimento della disinflazione negli Stati Uniti, accompagnato da una crescita moderata e da una BCE ferma su una linea prudente ma non restrittiva oltre il necessario, rafforzerebbe la narrativa di un euro gradualmente rivalutato rispetto al dollaro. Al contrario, sorprese macro significative a favore degli USA – in termini di crescita, occupazione o inflazione – potrebbero riaprire il dossier su un dollaro più forte, imponendo una revisione del quadro di medio periodo e riportando il cambio verso la parte bassa del range ipotizzato.

EUR/USD si muove a fine febbraio in area 1,17–1,18, dopo il ritracciamento dai massimi annuali poco sopra 1,20 registrati a gennaio, mantenendo comunque una struttura di massimi e minimi crescenti su base plurimensile.
Sul daily il cambio gravita in prossimità della 50‑day EMA, inserito in un canale rialzista di medio periodo: il prezzo resta sopra la 200‑day SMA, che continua a presentare una pendenza moderatamente positiva, a conferma di un impianto di fondo ancora orientato al rialzo.
La volatilità media a 5 sedute si colloca intorno ai 60 pips, coerente con una fase di consolidamento più che di inversione brusca, con un range operativo tipico compreso grosso modo tra 1,172–1,185. Gli oscillatori mostrano un momentum in raffreddamento: l’RSI giornaliero oscilla poco sotto la linea di equilibrio, mentre alcuni indicatori di trend‑momentum (come PPO/MACD) si muovono vicino allo zero, suggerendo pressione moderata sui compratori ma senza segnali estremi.
Dal punto di vista dei livelli, l’area 1,18–1,1870 continua a rappresentare una fascia di resistenza ravvicinata, che coincide con i massimi intraday più recenti e con cluster di proiezioni tecniche in cui si concentrano i tentativi di rimbalzo.
Sul lato dei supporti, la zona 1,1740–1,1760 emerge come primo “cuscinetto” di breve, mentre un’eventuale discesa verso 1,17 e, più in basso, verso 1,16 verrebbe inquadrata in molte letture come test della parte bassa del canale rialzista e area di ritracciamento più profondo all’interno del quadro di medio periodo.
Il dollaro conserva pienamente il suo ruolo di valuta rifugio nelle fasi di stress finanziario globale, e resta la destinazione privilegiata dei flussi difensivi nelle ondate di risk‑off. Tuttavia, il combinato di disinflazione in corso, raffreddamento del mercato del lavoro e tensioni latenti sul credito al consumo rende più difficile per il biglietto verde imbastire una traiettoria di rafforzamento strutturale contro l’euro.
Ne deriva uno scenario in cui i rimbalzi del dollaro tendono ad assumere una natura tattica e reattiva agli shock, più che rappresentare l’inizio di un vero cambio di regime di medio periodo. Finché questa configurazione resterà in piedi, il bias di fondo continuerà a privilegiare un euro relativamente più forte, pur all’interno di un percorso irregolare e punteggiato da fasi correttive.
Perché si materializzi un cambio di scenario duraturo a favore del biglietto verde, sarebbe probabilmente necessaria una combinazione di dati USA sensibilmente migliori del consenso su crescita, occupazione e inflazione, tale da riaccendere in modo credibile l’ipotesi di una Fed nuovamente più aggressiva.
Allo stesso tempo, un peggioramento marcato del quadro ciclico europeo, con crescita in stallo e inflazione sotto target, ridurrebbe l’appeal dell’euro e potrebbe riportare in primo piano i timori di stagnazione nell’area.
Finché invece continuerà a prevalere la narrativa di una Fed in progressivo ammorbidimento e di un’eurozona in crescita moderata ma positiva, lo scenario centrale resterà quello di un EUR/USD in consolidamento alto, con bias di medio periodo orientato verso una graduale rivalutazione della moneta unica rispetto al dollaro, pur senza traiettorie lineari.