
La settimana dal 9 al 14 marzo 2026 è stata caratterizzata da un progressivo deterioramento del quadro macroeconomico globale, con segnali di rallentamento dell’economia statunitense, pressioni inflazionistiche ancora persistenti e un improvviso riacutizzarsi delle tensioni geopolitiche nel mercato energetico internazionale. L’insieme di questi fattori ha alimentato una fase di marcata volatilità sui mercati finanziari, con rotazione verso asset difensivi e un generale repricing delle aspettative di crescita globale.
Negli Stati Uniti l’evento macro più rilevante è stato la revisione al ribasso della seconda stima del PIL del quarto trimestre 2025 pubblicata il 13 marzo dal Bureau of Economic Analysis. La crescita è stata rivista a +0,7% su base trimestrale annualizzata, significativamente inferiore al +1,4% della prima stima e alle attese di consenso prossime al +1,5%. Si tratta del ritmo di espansione più debole dall’inizio del 2025 e segnala un raffreddamento più rapido del previsto della domanda interna. Il contributo dei consumi privati, principale motore della crescita americana, è sceso al +2% dal +3,5% della precedente rilevazione, evidenziando un progressivo deterioramento della dinamica della spesa delle famiglie in un contesto di tassi reali ancora restrittivi.
Parallelamente, l’indicatore dei prezzi PCE core – la misura di inflazione preferita dalla Federal Reserve – è stato rivisto al rialzo al +3,1% su base annuale, rafforzando il quadro di una economia che rallenta senza però vedere un rientro convincente delle pressioni inflazionistiche. Questa combinazione di crescita debole e inflazione ancora sopra target ha riacceso il dibattito tra gli operatori sul rischio di una fase di “soft stagflation”, complicando ulteriormente il percorso di politica monetaria della Fed nella prima metà del 2026.
Sul fronte geopolitico ed energetico, la settimana è stata segnata da una decisione inattesa dell’amministrazione statunitense. Il 12 marzo il Dipartimento del Tesoro ha confermato un allentamento temporaneo delle restrizioni sulle spedizioni di petrolio russo già in transito sui mercati internazionali. La misura, sostenuta dal presidente Donald Trump, consente ai paesi acquirenti di completare le transazioni su circa 130 milioni di barili di greggio russo precedentemente bloccati dalle sanzioni occidentali. L’obiettivo dichiarato è stato quello di contenere le pressioni rialziste sul prezzo del petrolio, che nelle settimane precedenti aveva mostrato una rapida accelerazione verso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile a causa dell’intensificarsi del conflitto con l’Iran e dei timori di interruzioni nelle rotte energetiche del Medio Oriente.
La decisione ha tuttavia sollevato forti critiche da parte di diversi governi europei, preoccupati che tale allentamento possa ridurre l’efficacia del regime sanzionatorio contro Mosca e fornire al Cremlino nuove entrate energetiche in un momento di crescente pressione militare sul fronte ucraino. Il provvedimento ha inoltre evidenziato le crescenti divergenze strategiche tra Washington e alcuni partner europei nella gestione del mercato energetico globale.
Il quadro macro internazionale è stato ulteriormente appesantito da segnali di debolezza provenienti da altre principali economie. In Europa, i nuovi ordini dell’industria tedesca hanno registrato una contrazione superiore alle attese, confermando la persistente fragilità del settore manifatturiero dell’area euro. In Asia, i prezzi alla produzione cinesi sono rimasti in territorio negativo, indicando una domanda interna ancora debole e il persistere di pressioni deflazionistiche nel sistema industriale cinese.
Nel complesso, la combinazione di crescita statunitense in rallentamento, inflazione ancora rigida, tensioni geopolitiche sul mercato energetico e segnali di debolezza nelle principali economie industriali ha alimentato un clima di maggiore avversione al rischio sui mercati globali. Gli indici azionari hanno mostrato fasi di risk-off, mentre gli investitori hanno incrementato l’esposizione verso asset rifugio come oro e petrolio. Il dollaro statunitense è rimasto relativamente sostenuto, riflettendo sia il ruolo di valuta rifugio sia l’aspettativa che la Federal Reserve possa mantenere una politica monetaria prudente più a lungo del previsto.
Wall Street rimane inserita in un contesto strutturalmente rialzista, ma con una volatilità sensibilmente accresciuta, con S&P 500 e Nasdaq Composite impegnati in una fase di consolidamento dopo i massimi storici di inizio anno. Il VIX, salito in area 27–29 nel corso della settimana, riflette l’impatto combinato dello shock geopolitico legato allo Stretto di Hormuz e dei dati macro USA più deboli del previsto, delineando un bull market maturo che sta metabolizzando i guadagni precedenti in presenza di rischi energetici e inflazionistici. Questa price action – fatta di range più stretti, candele di indecisione e test di medie mobili chiave – appare fisiologica per un trend primario sano, ma richiede elevata vigilanza sui supporti critici per ottenere conferme sulla prosecuzione del movimento rialzista.
L’S&P 500 ha chiuso la seduta di venerdì 6 marzo a 6.740 punti circa, con un calo dell’1,3% nella giornata, che porta la perdita settimanale intorno al 2% e segna la settimana peggiore dell’anno finora. Su base mensile, il drawdown dai massimi di inizio febbraio prossimi ai 7.000 punti si estende oltre il 3,5%, in un contesto di risk-off guidato da shock petrolifero e dati sul lavoro più deboli.
Nonostante il pressing ribassista di breve, il quadro tecnico di medio periodo resta impostato al rialzo: l’indice si mantiene sopra la media mobile semplice a 200 sedute (area 6.500–6.600) e oscilla in prossimità della MM50 giornaliera, confermando l’integrità della struttura primaria ma con un momentum chiaramente raffreddato rispetto al rally esplosivo di gennaio. La price action recente mostra dinamiche tipiche di consolidamento post-estensione rialzista, con candele giornaliere a corpo contenuto, ombre pronunciate (doji e spinning top frequenti) e un range settimanale concentrato tra 6.740 e 6.880 punti, a testimoniare un braccio di ferro serrato tra compratori e venditori senza una prevalenza netta.
I supporti immediati si collocano in area 6.700–6.720 (minimi recenti e livelli statici di brevissimo), seguiti da 6.650–6.680 (confluenza di supporti dinamici e vecchi massimi), la cui tenuta preserva la struttura di bull market e qualifica le discese come semplici pullback correttivi. Una violazione decisa di queste aree aprirebbe spazio a test verso 6.550–6.600, zona coerente con la MM200 e spartiacque tra correzione ordinata e deterioramento più strutturale del trend. Sul lato opposto, resistenze chiave si individuano a 6.830–6.850, quindi 6.900–6.950, con il superamento stabile dei 7.000 punti necessario per riattivare target rialzisti su nuovi massimi storici.
L’RSI(14) rimane in area neutrale, lontano sia da ipercomprato sia da ipervenduto, mentre un ADX contenuto segnala un trend ancora presente ma non aggressivo, coerente con una fase di congestione più che di inversione vera e propria (valori indicativi derivati da price action e volatilità osservate).
Il VIX si è portato stabilmente in area 27–29 nel corso della settimana, con un balzo di oltre il 30% dai livelli vicini a 20 registrati a fine febbraio, dopo oscillazioni intraday comprese tra 20 e oltre 28 punti. Questo regime – sopra area 25 ma sotto le soglie “di stress sistemico” in area 35+ – è tipico di fasi di bull market in pausa, in cui la sensibilità a notizie macro, geopolitiche e di earning si alza, ma senza sfociare (per ora) in una vera dinamica di panico diffuso.
La permanenza del VIX sotto 28–30 sostiene lo scenario base di una prosecuzione dell’uptrend sugli indici accompagnata da consolidamenti più profondi e violenti rispetto al 2025, con spike di volatilità legati a dati su inflazione core e comunicazione della Fed. Un breakout deciso sopra area 30–32, soprattutto in presenza di sorprese inflazionistiche o toni più hawkish della banca centrale, aumenterebbe invece il rischio di correzioni più incisive, in particolare sui comparti high beta e sui temi growth/AI più tirati.
Il Nasdaq 100 ha chiuso la settimana al 6 marzo in moderata correzione, con un ribasso di circa l’1,6% nella seduta di venerdì e una perdita complessiva di circa l’1,2% sulla settimana, confermando comunque una certa forza relativa rispetto ad altri indici. L’indice cash NDX si mantiene in area 24.600–24.700, sotto i massimi storici toccati a cavallo tra gennaio e febbraio ma ancora decisamente sopra i livelli di inizio 2025, coerente con una fase di consolidamento dopo un rally tech‑IA plurimensile. La lettura complessiva rimane rialzista sul medio periodo: il Nasdaq 100 continua a trattare sopra la media mobile semplice a 200 giorni (circa 24.100 punti) e all’interno di un ampio canale laterale‑rialzista, in cui i pullback vengono per ora riassorbiti prima di compromettere la struttura dei minimi crescenti.
Sul fronte delle medie mobili, il quadro daily mostra un allineamento tipico di bull market maturo: le MME 20, 50 e 100 giorni sono raccolte in un cluster relativamente stretto poco sopra i prezzi correnti (intorno a 25.000–25.300 punti), mentre la SMA 200 giorni continua a salire in modo regolare in area 24.100. Il fatto che il prezzo si trovi leggermente al di sotto del ventaglio di medie di breve/medio periodo, ma ancora sopra la 200 giorni, segnala un momentum ciclico in raffreddamento all’interno di un trend primario ancora intatto. In questa configurazione, la fascia delle MME 20–50–100 agisce da resistenza dinamica superiore del range (zona dove si concentrano prese di profitto e vendite su rimbalzo), mentre la 200 giorni rimane il discrimine tecnico tra semplice consolidamento correttivo e avvio di una correzione più profonda.
La regressione lineare applicata ai prezzi degli ultimi 6–9 mesi del Nasdaq 100 (o del corrispondente future US Tech 100) evidenzia un canale laterale‑rialzista con pendenza positiva ma meno accentuata rispetto al rally estivo 2025. La linea di regressione principale transita in prossimità dell’area 25.000 punti, mentre le bande di deviazione standard delimitano un corridoio operativo approssimativo tra 24.000 e 26.000 punti, in linea con diversi studi tecnici indipendenti che identificano proprio questi livelli come “campo di battaglia” tra toro e orso. I minimi recenti risultano ancora progressivamente crescenti rispetto alla banda inferiore del canale e alla zona della 200 giorni, e i drawdown si arrestano prima di violare con decisione il bordo inferiore: questo pattern conferma finora la natura di pullback correttivi all’interno della struttura primaria e non di rottura del trend.
Livelli Chiave, Fibonacci, Price Action e Candlestick
Dal punto di vista dei livelli statici e di Fibonacci, l’area 24.000–24.500 punti sui future Nasdaq 100 rappresenta un supporto tattico di grande rilevanza, dove convergono: ex‑resistenze di fine 2025, primi ritracciamenti (circa 38,2%) del movimento ascendente 2025–2026 e zone segnalate da diverse analisi come area di accumulo su debolezza. Il supporto più “strategico” per il medio periodo coincide con la fascia intorno alla SMA/EMA 200 giorni e con i ritracciamenti 50–61,8% dell’intero rally partito dai minimi post‑elezioni USA 2024, livello oltre il quale un normale bull‑market correction rischierebbe di trasformarsi in una fase distributiva più ampia. Sul lato opposto, le resistenze intermedie si collocano tra 25.800 e 26.250 punti (zona di massimi recenti e prime proiezioni di estensione), con successivi target tecnici in area 26.600–26.800 secondo diverse mappe Elliott/Fibonacci; solo un breakout confermato da volumi sopra la media e da un contestuale raffreddamento delle tensioni su petrolio e rendimenti reali aprirebbe strada a un test credibile dell’area 27.000.
La lettura candlestick sul daily conferma l’idea di consolidamento più che di inversione: dopo le sessioni di vendita più intense, il Nasdaq 100 ha mostrato una ricorrenza di candele a corpo ridotto con ombre inferiori visibili (small‑body, doji, talvolta hammer), segnale di indecisione e di ritorno di acquisti sui pullback. Nelle ultime settimane si sono susseguite anche alcune inside bar su timeframe H4–D1, tipiche di fasi di compressione della volatilità dentro un range ben definito e coerenti con un “grinding” laterale‑rialzista. Al momento, manca una sequenza strutturata di pattern chiaramente distributivi come serie di bearish engulfing in prossimità delle resistenze maggiori o shooting star ripetute su nuovi massimi, elementi che di solito accompagnano le fasi di inversione più significative; ciò non esclude la possibilità di bull trap sopra le resistenze statiche se i breakout avvengono con volumi sotto media.
Gli oscillatori di momentum dipingono un quadro coerente con questa narrativa: l’RSI(14) daily oscilla in zona mid‑range (circa 50–55), segnalando una fase neutro‑positiva lontana tanto dall’ipercomprato quanto dall’ipervenduto; il MACD mostra un istogramma in contrazione e una perdita di spinta del trend, pur restando in prossimità della linea dello zero, configurando un rallentamento della forza rialzista più che un vero segnale di inversione. L’ADX permane su valori contenuti, coerenti con un trend non fortemente direzionale e compatibile con un canale laterale‑rialzista dove prevalgono fasi di “stop‑and‑go” rispetto a movimenti esplosivi. Sul fronte volatilità specifica, l’indice VXN (volatilità Nasdaq 100) è risalito rispetto ai minimi del 2025 ma resta sotto le aree di stress sistemico, allineandosi all’idea di bull market maturo soggetto a spike di volatilità su dati macro, earnings e notizie geopolitiche, ma non ancora in modalità panic selling.
In sintesi operativa, la combinazione di regressione lineare ancora inclinata positivamente, tenuta della 200 giorni e price action fatta di pullback riassorbiti su supporti chiave supporta uno scenario base di consolidamento dentro un bull market maturo, in cui il focus per il trader esperto resta sulla gestione tattica dei livelli 24.000–24.500 in basso e 25.800–26.250 in alto, più che sulla ricerca di una inversione immediata di lungo periodo.

Alla chiusura di questa settimana (venerdì 13 marzo 2026) il DAX cash ha terminato intorno a 23.450 punti, con un calo giornaliero di circa lo 0,6% e una perdita complessiva sull’arco delle ultime cinque sedute nell’ordine del 2–2,5%, dopo i minimi intraday visti in area 23.300 punti tra mercoledì e giovedì. Rispetto a dodici mesi fa l’indice mantiene comunque un progresso di circa il 3%, mentre da inizio 2026 viaggia leggermente in territorio negativo (circa –4/–5% YTD), dopo aver aperto l’anno sopra 24.500 punti e aver ritoccato nuovi massimi storici in area 25.300–25.400 tra metà gennaio e fine febbraio, prima dell’avvio della fase correttiva legata allo shock energetico e all’incertezza geopolitica.
DAX: nuovo range discendente e resistenze di breve
Sul piano tecnico, la price action di questa settimana conferma il progressivo allontanamento dal vecchio corridoio dei massimi storici 25.000–25.600: i prezzi si stanno muovendo in un nuovo range di consolidamento discendente compreso grosso modo tra 23.300 e 24.000 punti, con i rimbalzi di breve che faticano a superare la fascia 23.800–24.000, dove si concentrano prese di profitto e ordini in vendita sui tentativi di recupero. In quest’area si colloca ora la principale resistenza statica di breve periodo, mentre le medie mobili di 20 e 50 sedute – passate in configurazione ribassista nelle ultime settimane – stanno accompagnando dall’alto il movimento, trasformandosi in resistenze dinamiche e segnalando il passaggio da una fase di estensione rialzista a una correzione più strutturata.
DAX: supporti critici e ruolo delle medie di lungo periodo
Dal lato dei supporti, i minimi visti in settimana, poco sopra 23.300 punti, rappresentano il primo baluardo intraday da difendere, mentre una fascia più ampia e significativa si colloca fra 23.000 e 22.800 punti, che continua a costituire la “linea Maginot” del bull market plurimensile: una violazione decisa e confermata in chiusura giornaliera aprirebbe spazio, secondo diversi desk, verso i livelli inferiori in area 22.500–22.000, corrispondenti alle basi di congestione primaverili dell’anno scorso. La media mobile di lungo periodo (100–200 sedute) transita ancora più in basso, tra 22.500 e 22.800 punti, preservando per ora l’impostazione rialzista di fondo e fungendo da discriminante tecnica fra una correzione profonda ma fisiologica e un vero cambio di trend.
DAX: volatilità, oscillatori e struttura di fondo
Le bande di Bollinger giornaliere, che a inizio anno risultavano compresse in prossimità dei massimi, si sono ora nuovamente allargate per effetto dell’aumento di volatilità, con i prezzi che stazionano prevalentemente nella metà inferiore del canale: una configurazione coerente con una fase di “wash-out” correttivo più che di euforia sui top. L’RSI(14) si è indebolito nelle ultime settimane, attestandosi in area 35–40, dunque in una zona di bassa-neutralità che riflette una pressione di vendita consistente ma non ancora condizioni di ipervenduto estremo, mentre alcune letture intraday di inizio marzo evidenziano lievi divergenze rialziste sui minimi, con prezzi marginalmente decrescenti a fronte di un RSI che non accelera più verso il basso. Su orizzonti di 6–12 mesi, le regressioni lineari continuano a inquadrare il DAX all’interno di un canale rialzista di fondo: i minimi restano progressivamente più alti rispetto alla primavera 2025 e le quotazioni attuali, pur collocate nella parte medio-bassa dell’inviluppo, non hanno ancora rotto in modo netto la traiettoria ascendente di medio periodo.
DAX: stress-test del trend rialzista
Questa combinazione – canale rialzista di lungo ancora integro, supporti ascendenti messi sotto pressione e resistenze ravvicinate che respingono i rimbalzi – descrive un mercato in piena fase di stress-test: la capacità dell’indice di mantenersi sopra la soglia 23.000–22.800 nelle prossime settimane sarà cruciale per capire se il “re-pricing” di rischio energetico e geopolitico resterà confinato a un consolidamento profondo o se segnerà l’avvio di una fase di leadership relativa negativa più duratura per l’azionario tedesco rispetto agli indici globali.
Per l’EuroStoxx 50, la settimana 9–13 marzo 2026 ha confermato un movimento in sostanziale sintonia con il DAX: dopo i massimi di fine febbraio in area 6.200 punti sui futures marzo, l’indice si è stabilizzato al di sotto della soglia psicologica dei 6.000, muovendosi in un corridoio di congestione compreso grosso modo tra 5.650 e 5.850 punti, con chiusure di metà settimana in area 5.700–5.800 e una performance settimanale negativa nell’ordine del 2–3%. Su base mensile l’arretramento resta vicino al 4–5%, ma su dodici mesi l’EuroStoxx 50 conserva ancora un guadagno di qualche punto percentuale, confermando una struttura rialzista di medio periodo ancora positiva pur all’interno di una correzione di breve di entità non trascurabile.
EuroStoxx 50: livelli tecnici chiave e aree di congestione
In termini di price action, le resistenze di breve si collocano ora tra 5.850–5.900 punti e poi in area 6.000–6.050, dove nelle ultime settimane si sono ripetutamente infranti i tentativi di rimbalzo, mentre sul lato opposto i supporti principali restano fra 5.650 e 5.600 punti, con un livello più profondo indicato da molti desk in area 5.450–5.500 come spartiacque fra una correzione ancora “gestibile” e uno scenario di revisione più radicale del trend plurimensile. La dinamica correttiva recente è stata alimentata dallo stesso mix che ha colpito il DAX: ripresa della volatilità petrolifera con nuovi spike del Brent sopra 100 dollari al barile, timori per l’impatto dello shock energetico sull’industria europea e crescente incertezza sulla traiettoria di inflazione importata e sulle prossime mosse della BCE.
In Sintesi
Nel complesso, il quadro tecnico e macro suggerisce che, dopo l’ampio rialzo del 2025, il mercato azionario dell’area euro stia entrando in una fase di assestamento laterale-discendente, con probabile permanenza nelle fasce 5.600–5.900 per l’EuroStoxx 50 e 23.000–24.000 per il DAX in attesa di nuovi catalyst: i prossimi dati sull’inflazione dell’Eurozona, le decisioni BCE in materia di tassi e, soprattutto, gli sviluppi sul fronte energia e commercio globale legati alle tensioni nell’area del Golfo. In questo contesto, i livelli tecnici chiave già citati diventano fondamentali per valutare se il “re-pricing” in corso stia semplicemente riportando i listini europei su traiettorie di crescita più sostenibili dopo gli eccessi di inizio anno o se stia iniziando a segnalare un indebolimento più strutturale della narrativa di crescita per il Vecchio Continente.
Nel cambio EUR/USD la narrativa di fondo resta quella di una correzione ordinata all’interno di un trend di medio periodo ancora moderatamente rialzista, ma con quotazioni ulteriormente arretrate rispetto all’area 1,18 che aveva caratterizzato la parte centrale dell’inverno, con i prezzi che in questa settimana sono scesi stabilmente sotto 1,16 e si sono avvicinati alla fascia medio‑bassa del canale rialzista annuale.
Alla chiusura di venerdì 13 marzo 2026 il cross ha terminato gli scambi poco sopra 1,14 (fix ECB e principali feed intorno a 1,142–1,144, chiusura cash in area 1,142–1,145 a seconda delle piattaforme), dopo una settimana segnata da un progressivo rafforzamento del dollaro e da prese di profitto sull’euro, in scia al mix di attesa per i dati USA sull’inflazione e di rinnovata domanda di liquidità in USD.
Su base mensile l’euro ha perso circa l’1,5–2% contro il biglietto verde, ma il bilancio a dodici mesi rimane ancora positivo, con un apprezzamento superiore al 7–8% rispetto ai minimi del 2025, a conferma di un quadro di fondo che non è ancora tornato strutturalmente “dollar strong” come nelle fasi più acute del ciclo restrittivo Fed, pur mostrando una dinamica di breve più favorevole al dollaro rispetto alle scorse settimane.
Nelle ultime sedute il cambio ha disegnato un range relativamente ordinato, con un’apertura di settimana in area 1,1611 lunedì 9 marzo e una progressiva discesa verso i minimi di venerdì 13–sabato 14 in area 1,141–1,142, all’interno di bande giornaliere comprese fra massimi intraday a 1,1668 (10 marzo) e minimi in area 1,1411–1,1421, che collocano il cross nella parte inferiore del corridoio di negoziazione visto a inizio mese.La volatilità realizzata si è mantenuta su livelli medi, con un ATR di breve stimabile nell’ordine di 60–70 pips (ampiezza media delle candele giornaliere compresa fra 50 e oltre 100 pips nelle sedute più direzionali), coerente con un mercato che sta ri‑prezzando le aspettative su inflazione, tassi e differenziale di crescita fra Eurozona e Stati Uniti più che reagire in modo caotico a news idiosincratiche.
Dal punto di vista delle medie mobili giornaliere, le principali analisi tecniche collocano la MM20 e la MM50 ormai chiaramente sopra i prezzi correnti, in area 1,15–1,16, a segnalare una fase di pressione ribassista di breve più marcata ma inserita in un contesto dove la MM100 e la MM200, ancora più distanti e posizionate fra 1,16 e 1,18, continuano a fungere da supporti strutturali del movimento rialzista costruito nell’ultimo anno; la configurazione complessiva resta quindi assimilabile a una correzione in un uptrend di fondo, non a un’inversione conclamata, sebbene l’angolo di salita della trendline principale si stia riducendo.
La mappa dei livelli tecnici di breve, aggiornata alle sedute del 13–14 marzo, individua un primo cluster di supporto nell’area 1,1420–1,1500 (coincidente con i minimi della settimana e con i livelli S1–S2 intraday individuati da diversi desk), sotto il quale si aprirebbero spazi verso 1,1350–1,1300, zona che alcune analisi iniziano a indicare come obiettivo di estensione naturale della gamba correttiva in corso in caso di ulteriore rafforzamento del dollaro.
Sul lato opposto, le prime resistenze significative si collocano fra 1,1550 e 1,1620 (massimi relativi del 9–10 marzo e aree di confluenza con MM20), mentre un recupero più robusto riporterebbe rapidamente in primo piano la fascia 1,1750–1,1800, che in più di un report viene ancora letta come area di offerta e di possibili prese di profitto nel caso di ritorno del flusso risk‑on globale.
Gli indicatori di momentum restituiscono l’immagine di un mercato in equilibrio delicato ma leggermente sbilanciato verso il lato dollaro: l’RSI(14) daily oscilla in zona neutrale‑bassa, poco sopra i 40–45 punti secondo le letture di vari provider, con un quadro che vede segnali ancora moderatamente costruttivi su timeframe mensile e una debolezza più evidente sul settimanale rispetto alle scorse settimane.
È un mix coerente con un trend di fondo che rimane orientato al rialzo ma con una spinta meno uniforme lungo i diversi orizzonti temporali, come spesso accade nelle fasi di consolidamento dopo un forte rally precedente, e con un mercato che alterna fasi di rimbalzo tecnico a rapide estensioni ribassiste quando prevalgono i flussi difensivi in dollari.
Anche i modelli di regressione su 12 mesi continuano a inquadrare l’EUR/USD in un canale rialzista di fondo: la pendenza della retta rimane positiva e i prezzi attuali – ormai prossimi alla parte medio‑bassa dell’inviluppo statistico – suggeriscono che la correzione delle ultime settimane si sta ancora sviluppando all’interno di un contesto strutturalmente favorevole all’euro, seppur con un dollaro che ha ritrovato slancio tattico grazie al mix di attese su CPI USA, dazi e tensioni energetiche.
La lettura della price action e dei pattern candlestick conferma la narrazione di consolidamento più che di inversione improvvisa: sul daily le ultime sedute mostrano candele di ampiezza moderata ma a prevalente corpo ribassista, con ombre inferiori ricorrenti in area 1,142–1,150 che suggeriscono la presenza di flussi in acquisto sui ribassi, pur in assenza, al momento, di figure di inversione rialzista pienamente definite (hammer o engulfing su minimi chiave).
A livello orario si distingue un canale discendente di breve, con tentativi di rimbalzo respinti sulle resistenze intraday in area 1,155–1,160, configurazione che ben descrive una fase di alleggerimento graduale delle posizioni lunghe maturate nel rally di inizio anno più che un vero e proprio cambio di regime di lungo periodo.
In parallelo, l’Average True Range risulta in lieve aumento rispetto ai minimi di gennaio, ma resta su valori compatibili con un regime di volatilità “media”, lontano dai picchi tipici delle fasi di stress o di capitolazione; in sintesi, alla data delle ultime chiusure disponibili, l’EUR/USD appare come un cross che sta consolidando ormai in area 1,14–1,15 all’interno del canale rialzista costruito nell’ultimo anno, con supporti di breve centrati tra 1,1420 e 1,1500 e prime resistenze in zona 1,1550–1,1620.
La neutralità tendenziale degli oscillatori, la moderata inclinazione della regressione di lungo periodo e la natura delle candele recenti rimandano l’immagine di un mercato “work‑in‑progress”, in attesa dei prossimi catalyst macro (inflazione USA, riunioni e guidance BCE–Fed, evoluzione dei flussi di risk‑on/risk‑off) che dovranno decidere se l’attuale fase evolverà in una nuova gamba del movimento rialzista di fondo o in una correzione più profonda dentro un quadro di lungo termine ancora, per ora, favorevole all’euro.

Anche la sterlina si muove in una fase di rimbalzo ordinato contro il dollaro, ma all’interno di un quadro tecnico più complesso rispetto all’euro e con un’esposizione più marcata alle sorprese sui dati UK e alla comunicazione BoE.
Alla data del 13 marzo 2026 il cambio GBP/USD viene scambiato in area 1,34–1,35 (intorno a 1,343 nelle rilevazioni di metà settimana e con oscillazioni verso 1,35 nelle ultime sedute), dopo giorni caratterizzati da tentativi di recupero alternati a nuove ondate di vendite, coerenti con la combinazione di un sentiment globale più cauto e di un outlook BoE ancora prudente sull’inflazione e sui tempi del ciclo di tagli.
Nel corso degli ultimi giorni il cross ha oscillato in un intervallo approssimativo 1,33–1,35, con massimi e minimi leggermente crescenti nel brevissimo periodo, a segnalare un tentativo di costruzione di una base dopo le discese di fine febbraio; la price action resta tuttavia inserita in un canale correttivo discendente di grado superiore, evidenziato da diverse analisi tecniche, che inquadrano l’attuale rimbalzo più come una fase di respiro tattico che come l’avvio di un nuovo impulsivo rialzista.
Dal punto di vista dei livelli, i principali studi individuano un primo supporto di breve in area 1,3270–1,3300 (coincidente con il fondo del canale di breve e con i recenti minimi locali) e un secondo gradino più in basso in zona 1,3090–1,3115, che alcuni desk indicano come obiettivo potenziale in caso di rinnovata debolezza del cable; sul fronte opposto, le resistenze iniziali si collocano intorno a 1,3380–1,3435 e poi nella fascia 1,3530–1,3550, aree che in passato hanno attirato prese di profitto e dove si concentrano diversi livelli tecnici giornalieri e proiezioni di breve.
Le medie mobili giornaliere a 20 e 50 sedute transitano poco sopra o in prossimità dei corsi attuali, a conferma di un trend di medio termine non ancora pienamente ricostituito sul lato rialzista: il quadro che emerge è quello di una sterlina che prova a stabilizzarsi dopo una fase di debolezza, ma che deve ancora superare alcune resistenze chiave – in primis la zona 1,3530–1,3550 – per poter parlare di bull market strutturale.
L’RSI(14) rimane in zona neutrale, tendenzialmente sotto 50 nelle letture aggregate di questa settimana, coerente con un momentum in transizione da debolezza a possibile stabilizzazione, senza segnali di eccessi in un senso o nell’altro ma con una sensibilità elevata alle sorprese sui dati macro UK (in particolare GDP) e USA (inflazione).
Nel complesso, il GBP/USD continua a restituire l’immagine di un cross che rimbalza da un’area di supporto importante ma che resta sensibile ai prossimi sviluppi su crescita UK, percorso dei tassi BoE e, soprattutto, flussi globali di rischio: in uno scenario di ulteriore risk‑off legato a petrolio, dazi o dati USA più forti delle attese, il dollaro tornerebbe con ogni probabilità a catalizzare domanda difensiva, rendendo più fragile il tentativo di recupero della sterlina, mentre in presenza di CPI USA più morbidi e di un miglioramento del sentiment globale i test delle resistenze in area 1,3530–1,3550 diventerebbero uno scenario credibile già nelle prossime settimane.
Nel quadro valutario globale, il Dollar Index ha vissuto una settimana di rafforzamento ulteriore, confermando la transizione da fase correttiva di fine 2025 a bull market tattico di inizio 2026, sostenuto dal mix di risk‑off legato al Medio Oriente, balzo del petrolio e dati macro USA solidi ma non esplosivi.
Dopo aver avviato il rally dai minimi di fine gennaio in area 95,5–96,0, l’indice ha proseguito la gamba ascendente nel corso di febbraio e inizio marzo, arrivando a toccare nuovi massimi di periodo nella settimana 9–14 marzo: secondo i dati più recenti, il DXY è risalito verso la soglia psicologica dei 100 punti e l’ha superata, chiudendo venerdì 13 marzo intorno a 100,50, in progresso di circa il 3,7% nell’ultimo mese ma ancora in calo di poco più del 3% su base annua.
La settimana si è aperta con un indice già robusto (vicino a 99–99,2 il 9 marzo, con massimi intraday sfiorati in area 99,7 secondo diverse letture), per poi vedere una fase di consolidamento e successivo allungo sopra 100 in scia ai dati USA su inflazione e alle rinnovate tensioni sul fronte energetico; la rottura e tenuta dell’area 99,5–100,0 ha rappresentato il passaggio chiave, trasformando una resistenza strategica in supporto dinamico di brevissimo periodo.
Su base mensile, il dollaro si conferma in apprezzamento dell’ordine del 3,5–3,7% rispetto ai livelli di metà febbraio, mentre il bilancio a dodici mesi resta ancora moderatamente negativo (circa –3% rispetto a marzo 2025), a testimonianza di un quadro di lungo non ancora tornato in modalità “super‑dollar” ma chiaramente più favorevole al biglietto verde rispetto a pochi mesi fa.
Nelle ultime sedute, la price action del DXY ha mostrato un range relativamente ampio ma ordinato: i dati storici indicano chiusure di settimana scorsa intorno a 99,0–99,2 con massimi in area 99,7, seguite da progressioni verso 99,7–100 e infine da un’estensione che ha portato l’indice a 100,50 circa il 13 marzo, con massimi giornalieri appena sopra 100,5 e minimi comunque difesi sopra 98,8–99,0 durante i momenti di presa di profitto.
La volatilità realizzata si è mantenuta su livelli medi‑alti per uno strumento di questo tipo: l’escursione giornaliera tipica è stata nell’ordine di 60–90 punti indice (0,6–0,9 punti “figure”), coerente con un mercato che sta ri‑prezzando simultaneamente path dei tassi Fed, premio di rischio geopolitico e differenziali di crescita rispetto a Eurozona e UK, più che reagire in modo disordinato a singole notizie.
Dal punto di vista delle medie mobili giornaliere, le principali analisi tecniche collocano ormai la MM20 e la MM50 chiaramente al di sotto dei prezzi correnti, in area 97,5–98,5 (secondo i dati di performance su 1–3 mesi), a conferma di un momentum rialzista ben strutturato nel breve‑medio termine.
Le medie più lunghe, come la 100 e la 200 giorni, risultano ancora più arretrate, con livelli di equilibrio plurimensile situati sotto l’area 97,0–97,5, delineando un quadro in cui il Dollar Index tratta con un premio significativo sulle proprie basi statistiche di lungo periodo: tecnicamente, questo è tipico di una fase in cui il trend rialzista di medio si è riaffermato, ma con rischio crescente di pullback tecnici una volta esaurita la spinta dei catalyst macro e geopolitici.
La configurazione complessiva delle medie suggerisce quindi un contesto in cui le correzioni verso 98–99 verrebbero, al momento, lette più come occasioni di ri‑entrata long sul dollaro che come segnali di inversione strutturale, finché il DXY resterà stabilmente sopra il blocco 97,5–98.
La mappa dei livelli tecnici di breve periodo, alla luce delle analisi pubblicate nella seconda parte della settimana, individua un primo cluster di supporto nell’area 98,6–99,0 (zona che ha contenuto più di un pullback intra‑settimana), mentre il corridoio 99,0–100,0 viene descritto come “zona di battaglia” chiave per il trend di marzo, con funzioni miste di supporto/resistenza a seconda delle rotture intraday.
Al di sotto di 98,5–98,6 si aprirebbero spazi verso 97,5–98,0, area già indicata in diversi outlook come “linea del fronte” per stabilire se l’attuale gamba rialzista resta una semplice fase tattica dentro un quadro globale ancora moderatamente dollar‑bearish oppure se stiamo assistendo a una riapertura di scenari di rafforzamento più duraturo; sopra il lato opposto, le resistenze significative si collocano ora tra 100,0 e 100,5–100,8, con l’area 101,5–102,0 come successivo target naturale in caso di break convincente dei massimi di settimana.
Gli indicatori di momentum restituiscono l’immagine di un mercato tirato ma non ancora “surriscaldato”: diverse analisi tecniche evidenziano un RSI(14) daily che è passato da valori neutro‑alti (55–60) a letture prossime o superiori a 70 nel momento della rottura di quota 100, con segnalazioni di condizione di ipercomprato di breve e possibili rischi di correzione tattica.
Su timeframe settimanale, il quadro resta costruttivo: l’RSI non è ancora entrato in area di estremi storici, coerente con un trend che ha spazio per estensioni ulteriori qualora i dati USA (CPI, GDP, mercato del lavoro) sorprendano al rialzo e il contesto di rischio globale resti fragile; su base mensile, invece, l’indice rimane in un contesto di normalizzazione post‑fase “super‑dollar” del ciclo restrittivo Fed, con una pendenza di medio ancora moderata.
Anche i modelli di regressione su 3–6 mesi continuano a inquadrare il Dollar Index in un canale rialzista di fondo ristabilito: la pendenza delle rette calcolate sulle serie di febbraio‑inizio marzo è tornata nettamente positiva, e i prezzi attuali – posizionati nella parte medio‑alta dell’inviluppo – suggeriscono che il rafforzamento delle ultime settimane è in linea con il ripristino di un “premio dollaro” coerente con tassi reali USA ancora competitivi e con il ruolo difensivo del biglietto verde in fasi di shock petrolifero.
Il fatto che il DXY si sia portato sopra quota 100 per la prima volta nel 2026, pur restando distante dai picchi storici, indica un regime di mercato in cui le forze di lungo termine (graduale convergenza di politica monetaria fra Fed e altre banche centrali) coesistono con driver tattici potentemente favorevoli al dollaro (risk‑off, energia, differenziali di crescita), mantenendo elevata la sensibilità agli incoming data.
La lettura della price action e dei pattern candlestick conferma la narrazione di rafforzamento ordinato più che di “spike” isolato: sul daily, le ultime sedute mostrano candele di corpo mediamente rialzista, con alcune sessioni caratterizzate da upper shadow estese in prossimità di 99,7–100 che segnalano prese di profitto su resistenze chiave, seguite però da rapidi riacquisti che hanno permesso la definitiva rottura della barriera psicologica.
A livello intraday (H1–H4), diversi commenti tecnici evidenziano un canale ascendente di breve entro cui i ritracciamenti verso 99,0–99,4 sono stati ripetutamente comprati, con pattern assimilabili a piccoli flag/rising channel che hanno funzionato da strutture di continuazione del trend; i tentativi di correzione si sono così tradotti finora in semplici fasi di respiro dentro un movimento direzionale ancora dominato dai compratori di dollari.
In parallelo, la volatilità implicita e realizzata sul Dollar Index risulta in aumento rispetto ai minimi di fine 2025 ma ancora lontana dai picchi delle fasi di massima tensione del ciclo Fed 2022–2023: i range giornalieri si sono ampliati, ma in modo coerente con lo scenario di “repricing macro” legato alla combinazione CPI‑petrolio‑geopolitica, più che con condizioni di capitolazione o panico.

Nel comparto dei metalli preziosi, l’oro continua a presentarsi come un bull market maturo ma ancora tecnicamente integro, con i prezzi che consolidano su livelli storicamente elevati in un contesto di forte domanda da safe haven legata all’escalation in Medio Oriente (chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz) e al riaccendersi dei timori inflattivi via balzo del petrolio oltre quota 100 dollari.
Dopo il massimo storico segnato a gennaio in area 5.600 dollari l’oncia, il metallo giallo ha avviato tra fine febbraio e inizio marzo una fase di correzione e successivo rimbalzo che, alla settimana 9–14 marzo 2026, vede lo spot oscillare nuovamente poco sopra 5.050–5.100 dollari, con quotazioni in area 5.075–5.100 nelle rilevazioni di inizio settimana.
I dati più recenti indicano un recupero ancora complessivamente costruttivo: le quotazioni internazionali, scese sotto 5.100 dollari il 9 marzo (circa 5.075 USD/oz secondo alcune serie storiche), hanno alternato fasi di debolezza tattica a nuovi spunti rialzisti, mantenendosi in un corridoio 5.050–5.150 dollari l’oncia, con giornate singole che hanno visto variazioni nell’ordine dell’1–2% e una performance su base annua ancora ampiamente positiva, superiore ai 2.000 dollari l’oncia rispetto a marzo 2025.
La struttura di febbraio‑marzo appare, nelle principali letture tecniche su XAU/USD, quella di una correzione mensile significativa ma ordinata all’interno di un movimento di lungo periodo fortemente rialzista, sostenuto dall’accumulo istituzionale, dagli acquisti delle banche centrali e dalle incertezze geopolitiche amplificate dal conflitto con l’Iran.
Le analisi daily su XAU/USD continuano a inquadrare un quadro prevalentemente “buy”: l’oro tratta all’interno di un canale rialzista ben definito, con prezzi che, dopo aver testato ripetutamente area 5.050–5.100 (zona di forte concentrazione di supporti tecnici e di key support individuato intorno a 5.101–5.069 da diverse desk), hanno reagito mantenendosi sopra il “pavimento” psicologico dei 5.000 dollari; gli indicatori di momentum, nelle ultime rilevazioni, mostrano un RSI(14) attestato in zona medio‑alta ma non estrema (intorno a 55–60 nelle principali analisi), con valori sopra la linea di equilibrio ma lontani dagli eccessi di ipercomprato toccati durante il breakout di gennaio.
Gli oscillatori stocastici si muovono nella parte superiore del range senza ancora fornire segnali univoci di esaurimento, mentre il MACD resta positivo su base giornaliera, pur con una lieve perdita di inclinazione, confermando che la tendenza di fondo mantiene un’impronta rialzista dominante rispetto al rumore di breve.
Sul fronte delle medie mobili, le letture più aggiornate concordano su un prezzo che resta ampiamente al di sopra delle principali SMA/EMA di breve e medio periodo: le curve a 50 e 100 giorni scorrono ben al di sotto dei 5.050–5.100 dollari, a ridosso dei livelli testati durante il pullback di inizio mese e delle aree di supporto citate (5.101–5.069–4.800 dollari nelle proiezioni tecniche settimanali), fungendo da robusti “cuscinetti” dinamici a sostegno del trend primario.
La 200 giorni, ancor più arretrata, continua a definire il baricentro del movimento plurimensile: il fatto che l’oro venga trattato con un premio così significativo rispetto alle sue medie di lungo periodo è coerente con un bull market avanzato ma, allo stato attuale, non ancora compromesso sul piano tecnico, pur implicando un rischio crescente di fasi di mean reversion più profonde.
La volatilità intraday rimane elevata ma fisiologica per una fase di trend forte: l’ATR giornaliero, secondo diverse letture, oscilla intorno all’1–2% del valore del sottostante, riflettendo ampiezza di range più che caos direzionale; in parallelo, l’ADX su orizzonti 14–20 giorni si colloca in area “trend presente” (intorno ai 25–30 punti), segnalando un movimento ancora strutturato, in cui i pullback continuano a essere riassorbiti entro il canale rialzista di fondo.
Dal punto di vista dei livelli chiave, le zone di supporto di breve periodo possono essere aggiornate alla luce del recente swing: la fascia 5.050–5.100 dollari rappresenta il primo cluster di sostegno (prossimo ai pivot individuati da più desk come area 5.101–5.069 di supporto del trend di medio), mentre un supporto più profondo si colloca in corrispondenza dei 4.800–4.805 dollari indicati da alcune analisi weekly come target di correzione possibile in caso di break deciso del supporto intermedio; più in basso, il test area 4.565–4.600 verrebbe interpretato come livello spartiacque per la validità del bull market.
Sul lato opposto, le resistenze immediate sono costituite dalla fascia 5.200–5.250 (pivot e R1–R2 di breve nelle mappe intraday) e, più in alto, dalla zona 5.400–5.445, che le proiezioni di Fibonacci e i target di lungo periodo individuano come primo step verso eventuali estensioni più ambiziose in area 5.500–5.600 e oltre, livelli che coincidono con i massimi storici di gennaio e che, per ora, non sono ancora stati ritestati in questa gamba di mercato.
A livello statistico, una regressione lineare sui prezzi degli ultimi mesi continua a mostrare una pendenza nettamente positiva, con i corsi attuali collocati nella parte medio‑alta del canale ma non ancora in configurazione parabolica: questo suggerisce che, da un punto di vista puramente tecnico, il bull market di fondo resta dominante, pur comportando un rischio crescente di fasi di consolidamento più ampie o di spike correttivi più violenti in prossimità delle resistenze di lungo.
La price action recente evidenzia candele daily dal corpo moderato ma con chiusure spesso vicine alla parte alta del range giornaliero, segno che, nonostante la volatilità intraday, la pressione in acquisto tende a prevalere in chiusura di seduta; diverse sessioni hanno mostrato configuarazioni di “inside bar” e piccole candele di indecisione accompagnate da shadow inferiori pronunciate, che indicano storni intraday seguiti da riacquisti su livelli ritenuti interessanti dai compratori di medio periodo.
Su timeframe H4 si osservano pattern di consolidamento in prossimità della parte bassa delle correzioni intraday – talora assimilabili a piccoli Harami o sequenze di barre di esitazione – all’interno di un canale ascendente ancora ben definito, coerente con un mercato che alterna fasi di compressione a nuove estensioni in direzione del trend.
Nel complesso, la combinazione di pattern di compressione, chiusure vicino ai massimi intraday, regressione positiva e supporti dinamici ancora lontani dai prezzi correnti delinea per l’oro una fase di “pausa attiva”: un consolidamento ad alta quota più che un’inversione già in atto, con il mercato che resta in attesa di nuovi catalyst – sviluppi sul conflitto in Iran e sulla riapertura di Hormuz, segnali dalla Fed in chiave tassi reali e dinamica del dollaro – per decidere se spingere verso nuovi massimi storici o estendere la correzione all’interno di un quadro di lungo termine che rimane, allo stato dei fatti, favorevole al metallo giallo.

L’argento conferma la sua natura di asset ad altissima beta nel comparto metalli, con una dinamica che intreccia un trend di lungo periodo ancora fortemente rialzista a una correzione significativa nelle ultime settimane; le quotazioni XAG/USD, reduci da un massimo annuale oltre i 120 dollari l’oncia a gennaio secondo diverse analisi di lungo, si sono riportate su valori sensibilmente più bassi: le ultime letture internazionali per la settimana 9–14 marzo collocano lo spot prevalentemente in area 82–86 dollari l’oncia, con passaggi in area 84–85 dollari nelle sedute centrali.
Il movimento recente implica una discesa di oltre il 25–30% dai picchi assoluti di inizio anno ma, al tempo stesso, un prezzo ancora molto più elevato rispetto ai livelli di un anno fa, coerente con un bull market di lungo periodo che sta “scaricando” parte degli eccessi accumulati; sul daily, l’argento si muove nella parte medio‑alta di un ampio canale rialzista costruito negli ultimi 12 mesi: le medie mobili principali (50, 100 e 200 giorni) scorrono tutte al di sotto delle quotazioni correnti, mantenendo un’inclinazione positiva e quindi un’impostazione primariamente rialzista, pur in presenza di una correzione robusta nelle ultime settimane.
Il profilo di momentum si è sensibilmente raffreddato rispetto alle fasi di ipercomprato di gennaio: l’RSI(14) è rientrato in una fascia neutrale/leggermente rialzista nelle ultime analisi, compatibile con un mercato che ha alleggerito una parte della pressione in acquisto senza essere ancora entrato in una zona di debolezza strutturale; in parallelo, le ultime letture tecniche segnalano MACD in indebolimento ma ancora non invertito in modo netto, coerente con una fase di correzione in trend.
L’ATR giornaliero si mantiene elevato, riflettendo oscillazioni intraday ampie ma coerenti con la natura high‑beta dell’asset: secondo le serie più recenti, i range giornalieri possono coprire variazioni percentuali superiori al 3% in singola sessione, con esempi di candele che hanno visto minimi intraday intorno a 79–82 e massimi oltre 86–87 dollari prima di chiudere in area 84–85.
Sul piano dei livelli tecnici, i supporti di breve momento si concentrano fra 82–83 dollari (area di primo test individuata da alcune analisi giornaliere in prossimità di 82,65 USD/oz) e, più sotto, in zona 78–79 dollari, che diversi studi identificano come linea di demarcazione oltre la quale verrebbe messo in discussione il trend rialzista di medio periodo: un breakout netto sotto 77–77,5 dollari implicherebbe il rischio di un’estensione ribassista verso 72–73 dollari, con un deterioramento più marcato dello scenario nel caso di permanenza prolungata sotto tali livelli.
Sul lato opposto, le resistenze di rilievo si posizionano nell’intorno di 86,5–88,5 dollari (area indicata come barriera tecnica per confermare un nuovo impulso rialzista), oltre la quale verrebbe suggerita una riaccelerazione del movimento verso target più ambiziosi intorno a 97–107 dollari, mentre la fascia 93–95 e i massimi di inizio anno restano aree di offerta che in passato hanno generato prese di profitto aggressive; in più di una analisi, la conferma sopra 88,5 viene vista come segnale di uscita dalla correzione attuale.
La lettura delle candele giornaliere mostra una sequenza di barre con corpi irregolari e shadow inferiori spesso pronunciate, segno di acquisti in denaro sui cali, alternate a giornate di forte escursione intraday in cui il mercato testa rapidamente supporti e resistenze prima di chiudere su livelli intermedi: è un pattern tipico di un contesto dominato da flussi speculativi ma ancora incardinato, allo stato attuale, in un quadro di bull market di lungo periodo più che in uno scenario di inversione conclamata.
La capacità dell’argento di mantenersi sopra 82–83 e, soprattutto, di evitare rotture nette sotto 77–78 sarà decisiva per confermare questa lettura: una tenuta di tali livelli, seguita da ritorni sopra 88,5–90, aprirebbe la strada a un nuovo test delle resistenze più alte, mentre una rottura dei supporti chiave rilancerebbe scenari di normalizzazione più profonda del rally dell’ultimo anno.

Sul fronte energetico, il petrolio è al centro della scena globale: la combinazione fra blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, escalation militare tra Iran e Stati Uniti e timori sulle forniture ha innescato una delle settimane più volatili di sempre, con il Brent che ha rotto in modo stabile la soglia psicologica dei 100 dollari e il WTI che si è spinto in area 100–110.
Secondo le ultime rilevazioni, nella settimana 9–14 marzo il Brent ha scambiato ampiamente sopra i 100 dollari al barile, toccando punte intraday oltre 110 dollari all’avvio degli scambi asiatici di lunedì 9 marzo e oscillando poi in un range molto ampio, mentre il WTI si è allineato verso gli stessi livelli, con un rialzo di circa il 60% dall’inizio dell’offensiva militare di fine febbraio; la volatilità di periodo è ai massimi storici, con oscillazioni giornaliere che coprono uno dei range più ampi mai registrati sul benchmark globale.
Le analisi dei principali broker e media internazionali sottolineano come i prezzi “restino elevati” a causa delle interruzioni nello Stretto di Hormuz, che veicola circa il 20% dei flussi energetici globali, con il traffico di petroliere ridotto a un “filo” e diversi attacchi a navi commerciali che scoraggiano ulteriormente il passaggio; G7 e Stati Uniti stanno valutando misure straordinarie, come utilizzo coordinato delle scorte strategiche e deroghe mirate sulle importazioni di greggio russo, per contenere l’impatto sull’offerta.
In termini di price action, il movimento di inizio marzo appare come una vera e propria “gamba” rialzista impulsiva: dopo una fase laterale a cavallo tra i 70 e gli 80 dollari, i future hanno rotto al rialzo esplodendo nell’area psicologica 100–110, con range intraday ampi, volatilità implicita in netto aumento e volumi elevatissimi, in un contesto in cui gli operatori stanno riprezzando non solo il rischio fisico sulle forniture ma anche lo scenario macro‑inflattivo per i prossimi trimestri.
Dal punto di vista tecnico, diverse letture su Brent descrivono uno scenario di medio periodo tornato marcatamente positivo, con un netto passaggio da una struttura neutro‑ribassista di inizio anno a una tendenza costruttiva: le resistenze più immediate sono concentrate proprio in area 105–110 dollari al barile, dove passano i recenti massimi e alcune proiezioni tecniche a breve, mentre i supporti di breve periodo vengono individuati intorno a 95–100 e poi 85–90 dollari, livelli che potrebbero essere ritestati in caso di prese di profitto più marcate o di news favorevoli su cessate il fuoco e riapertura parziale delle rotte.
Le medie mobili di breve e medio periodo sono state rapidamente superate al rialzo: i prezzi trattano ora ben al di sopra delle MM20–50, in fase di rapido riavvicinamento verso le medie di più lungo periodo da cui si erano distanziati nei mesi precedenti, configurando un passaggio da un regime di compressione/indecisione a uno di trend rialzista strutturato; il momentum, misurato dall’RSI giornaliero, si colloca in zona medio‑alta (molto vicino o sopra 60–65 secondo diversi provider), suggerendo un mercato “caldo” ma non ancora in ipercomprato estremo, mentre l’ATR giornaliero – in area 3–5 dollari a seduta – segnala una volatilità elevatissima ma coerente con un mercato energetico in piena fase di repricing del rischio geopolitico.
Gli indicatori direzionali (ADX su orizzonti 14–20 giorni) si collocano su valori compatibili con un trend in forte rafforzamento, ma non ancora parossistico: la direzionalità rialzista ha preso il sopravvento sul rumore, lasciando comunque spazio a pullback tecnici all’interno del movimento; una regressione lineare tracciata sull’ultimo mese evidenzia un’inclinazione nettamente positiva, con minimi crescenti da inizio febbraio e prezzi che oscillano ora nella parte alta del range 95–110 dollari, area in cui si concentrano anche resistenze dinamiche legate a massimi di periodo e proiezioni di Fibonacci.
La reazione dei prezzi su queste resistenze – in particolare la tenuta o meno dei 105–110 dollari e l’eventuale ritorno verso 95–100 o più in basso verso 85–90 – sarà determinante per capire se il movimento possa evolvere in un trend rialzista di medio più strutturato, con rischio di scenari “oil shock” in stile anni 2000, o se il petrolio resterà confinato in un ampio trading range altamente sensibile alle notizie su Hormuz, OPEC+, decisioni del G7 e dinamica delle scorte USA.
Le mega‑cap USA restano il baricentro del risk‑on globale, ma la settimana 9–13 marzo ha confermato un quadro molto meno lineare rispetto all’euforia AI del 2025: il gruppo tech/AI è in fase di normalizzazione del momentum, mentre l’S&P 500 e il Nasdaq soffrono l’aumento di volatilità e frequenti rotazioni interne, con le “Magnificent Seven” che nel 2026 continuano a sottoperformare l’indice in termini di rendimento YTD secondo diversi studi di mercato.
NVIDIA resta il simbolo della narrativa AI, ma il quadro tecnico a metà marzo è chiaramente più fragile rispetto ai mesi di “one‑way trade”. Alla chiusura di venerdì 13 marzo 2026 il titolo ha terminato gli scambi a 180,25 dollari (open 184,92, high 186,09, low 179,94), in lieve calo di circa l’1,6% nella seduta e ancora sotto i massimi di fine gennaio in area 191–193 dollari, con un drawdown di breve che mantiene il bilancio 2026 in territorio negativo nonostante una performance ancora ampiamente positiva su base 12 mesi.
Su base annuale la struttura resta chiaramente rialzista, ma il momentum si è ulteriormente raffreddato: dopo il top di fine gennaio, NVDA ha più volte testato al ribasso la MM50 daily e scambia ora in prossimità di un cluster di supporti tecnici compreso fra 175 e 182 dollari, con la MM200 giornaliera più in basso a fungere da “linea del Piave” del bull market di medio periodo.
Le principali analisi segnalano un RSI daily rientrato stabilmente in zona neutra/medio‑alta, lontano dagli eccessi di ipercomprato cronici del biennio 2023–2024, e una regressione lineare 6–12 mesi ancora inclinata positivamente ma con i prezzi tornati verso la parte mediana del canale: configurazione tipica di un trend di fondo intatto ma in piena fase di aggiustamento dopo una sovra‑estensione, anche alla luce dell’attesa per la GTC di metà marzo e per i nuovi annunci AI di Jensen Huang.
Le resistenze chiave si collocano ora proprio nell’area dei massimi recenti, fra 190 e 195 dollari, mentre i supporti di breve coincidono con i minimi delle ultime due settimane e con le zone di transito delle medie mobili: 175–178 come primo baluardo dinamico, 165–170 come soglia intermedia di rischio di correzione più profonda, MM200 come spartiacque strutturale fra semplice consolidamento e deterioramento del bull market pluriennale.
All’interno del gruppo mega‑cap, Apple, Microsoft e Amazon mostrano pattern più bilanciati ma inseriti in un 2026 in cui l’insieme delle “Magnificent Seven” sta effettivamente sottoperformando l’S&P 500 dopo averne guidato il rialzo negli anni precedenti, come sottolineano analisi recenti di broker e case di investimento.
Le metriche di rendimento YTD aggiornate a metà marzo indicano un quadro di rotazione: Microsoft registra un drawdown di circa il 15–18% year‑to‑date secondo diversi tracker total return, Amazon è leggermente positiva nel 2026 con rialzi di pochi punti percentuali, mentre Alphabet e Meta mantengono un profilo relativamente più solido pur con performance recenti inferiori ai picchi del 2025; Apple, da parte sua, ha avviato l’anno con un andamento debole, con indici di performance che la collocano in territorio negativo YTD e un sentiment più prudente sul fronte hardware.
Apple rimane inserita in un canale rialzista pluriennale relativamente ordinato, ma la settimana 9–13 marzo ha evidenziato ulteriore pressione: il titolo ha chiuso venerdì 13 marzo intorno a 250,12 dollari (open 255,48, high 256,33, low 249,52), con una flessione di oltre il 2% nella giornata e un saldo YTD vicino a –8%, a segnalare un trend di medio periodo ancora costruttivo ma con un’inclinazione meno ripida e una crescente sensibilità ai temi di saturazione iPhone e ciclicità della domanda.
Le analisi tecniche continuano comunque a mostrare prezzi che gravitano fra MM50 e MM200 daily, con un RSI per lo più in fascia neutra e solo sporadici affacci verso gli estremi: un profilo coerente con un bull maturo, guidato dai buyback e dalla resilienza dei flussi di cassa più che da aspettative di crescita esplosiva legata all’AI.
Microsoft presenta una struttura di fondo ancora robusta in termini di pattern, sospinta da cloud e AI, ma con un aggiustamento rilevante dei prezzi nel 2026: da massimi di inizio anno oltre 480 dollari (in base alle serie storiche pubblicate nei mesi precedenti), il titolo si è riportato in area poco sotto 400 dollari a metà marzo, in linea con un drawdown YTD di circa il 15–18% e con un mercato che sta riprezzando i capex elevatissimi per data center e infrastrutture AI.
Il daily resta comunque nella parte alta delle medie di lungo periodo, con una regressione 6–12 mesi che delinea un canale ascendente più regolare rispetto al 2023–2024, in cui l’RSI alterna fasi di forza a rientri ordinati verso la neutralità: un mix che descrive una leadership ancora intatta ma meno lineare, con un profilo di rischio‑rendimento più “normale” rispetto al super‑ciclo AI precedente.
Amazon mantiene un comportamento più irregolare ma costruttivo: le rilevazioni di metà marzo collocano il titolo intorno a 205–210 dollari (207,67 USD nella fotografia di Trading Economics del 13 marzo), con una performance YTD moderatamente positiva e un grafico che si muove all’interno di un ampio canale rialzista di medio periodo.
La price action continua ad alternare accelerazioni verso la parte alta del range (210–220 dollari) a fasi di congestione e rientro verso aree di accumulo tecniche individuate intorno a 190–200 dollari, zona che molti desk continuano a indicare come principale “base” del trend, sostenuta dalla narrativa di crescita di AWS e delle applicazioni AI sul versante cloud e advertising.
Oltre al nucleo NVDA–AAPL–MSFT–AMZN, il resto del comparto large cap USA legato a tecnologia e AI presenta grafici giornalieri ancora orientati al rialzo su orizzonti lunghi, ma con volatilità superiore alla media dell’indice e pattern meno omogenei. Tesla e AMD, in particolare, restano caratterizzate da trend molto nervosi: le ultime analisi su Tesla indicano chiusure in area 390–400 dollari con cali giornalieri superiori al 3% e un impianto tecnico segnato da death cross sulle medie principali, RSI intorno a 28 e ADX che confermano un downtrend di breve ancora dominante, con supporti chiave nell’area 381–395 dollari.
AMD mostra una dinamica simile, con escursioni giornaliere ampie, RSI che frequenta con maggiore continuità zone di ipercomprato e ipervenduto e una price action fortemente guidata da news su domanda data center, GPU AI e ciclicità del segmento PC, configurando un profilo di rischio‑rendimento più tattico rispetto alle mega‑cap più diversificate.
Meta e Alphabet, al contrario, presentano strutture tecniche più regolari rispetto al resto del comparto AI: i prezzi gravitano tendenzialmente sopra le principali medie mobili, con fasi di consolidamento stretto che molte analisi leggono come basi potenziali per future estensioni, alla luce di fondamentali ancora solidi, multipli meno estremi rispetto ad alcune pure‑play AI e una maggiore diversificazione dei ricavi.
Alphabet A, ad esempio, scambia a metà marzo intorno a 302,28 dollari con un range giornaliero relativamente contenuto e indicatori tecnici che evidenziano una situazione di equilibrio, mentre Meta consolida su livelli molto elevati di prezzo, con un pattern di congestione ad alta quota che diversi commentatori interpretano come preludio a un possibile nuovo impulso qualora il sentiment su AI advertising resti positivo.
Broadcom continua a beneficiare del posizionamento nei semiconduttori ad alto margine e nelle infrastrutture legate all’AI: le analisi tecniche più recenti descrivono un canale rialzista di medio periodo ben definito, con correzioni tattiche che appaiono più legate alle rotazioni fra growth e value e alla sensibilità del comparto chip alle attese sui tassi che a un deterioramento strutturale del quadro tecnico.
Sul fronte finanziari, colossi come JPMorgan, Bank of America e Goldman Sachs presentano grafici più ordinati rispetto al tech: i prezzi si mantengono spesso sopra la MM200 e in prossimità delle MM50, con RSI in area neutra e volatilità relativamente contenuta, sostenuti da uno scenario di tassi USA ancora relativamente elevati e da margini d’interesse complessivamente favorevoli, come evidenziato dalle ultime metriche settoriali sul mercato USA.
I supporti principali coincidono in genere con i minimi delle ultime settimane e con le medie chiave, mentre le resistenze restano situate nei pressi dei massimi pluriennali, a delineare un quadro di consolidamento “alto” che, al netto della volatilità di mercato e delle incertezze macro, continua a risultare costruttivo per il comparto bancario USA.
I titoli difensivi e di consumo – Procter & Gamble, Coca‑Cola, McDonald’s, Johnson & Johnson – insieme ai grandi conglomerati come General Electric e Berkshire Hathaway, mantengono un ruolo di ancoraggio tecnico nei portafogli in questa fase di mercato meno “mono‑tema”. Le loro curve daily tendono a muoversi in prossimità delle MM50 e MM200, con RSI prevalentemente neutrale e una price action fatta di alternanza tra fasi di accumulazione e prese di profitto all’interno di trend laterale‑rialzisti meno estremi rispetto al tech puro, un profilo che emerge chiaramente dalle analisi di breadth e dispersione pubblicate nelle ultime settimane.
Questo comportamento relativamente più stabile dei difensivi, in parallelo alla normalizzazione del momentum AI e alla debolezza tattica delle Magnificent Seven, rende il segmento un tassello fondamentale per la gestione del rischio complessivo, soprattutto in un contesto in cui parte delle mega‑cap tecnologiche sta vivendo una fisiologica fase di “mean reversion” dopo anni di outperformance.
Non perderti gli ultimi aggiornamenti tecnici e le strategie operative su Pepperstone Italia. Visita il sito ufficiale www.pepperstone.it/it per accedere a strumenti di analisi avanzati, formazione professionale e segnali trading real-time. Iscriviti al canale YouTube ufficiale di Pepperstone Italia dove pubblichiamo settimanalmente le analisi tecniche dettagliate dei principali mercati (EURUSD, indici USA, commodity, azioni tech) e i live trading direttamente dall'apertura di Wall Street. Ricevi in tempo reale i livelli di supporto, resistenza e i trade setup che muovono i mercati globali. Unisciti a migliaia di trader e investitori che utilizzano le nostre analisi per ottimizzare le loro strategie operative.