
EURUSD scambia oggi nell’area 1,17–1,175 dopo il massimo del 16 dicembre in prossimità di 1,18, proseguendo una fase di consolidamento lievemente correttiva all’interno di un trend rialzista che, su base mensile, resta ben impostato. Il cambio arriva a questo crocevia tecnico mentre i mercati guardano a un’agenda macroeconomica fitta di dati su inflazione, attività reale e comunicazioni delle banche centrali, variabili decisive per le aspettative di politica monetaria e per la traiettoria del dollaro.
Nell’ultimo mese il cambio è salito da area 1,146–1,15 fino ai massimi di 1,1764 del 15 dicembre, con un progresso complessivo di circa il 2–2,5%. Si colloca così nella fascia alta del range annuale 2025, riflettendo il progressivo indebolimento del dollaro, passato da sotto 1,10 a inizio anno a oltre 1,17 nella seconda metà di dicembre. In parallelo, la BCE ha certificato a novembre un’inflazione headline al 2,2% e core al 2,4%, consolidando l’idea di un rientro dei prezzi verso il target.
Sul fronte statunitense, il mercato guarda ora ai prossimi dati chiave — PMI, NFP e indicatori su crescita e inflazione — per valutare se la Fed proseguirà con ulteriori tagli nel 2025 o preferirà una pausa più lunga. La narrativa prevalente descrive un euro “ben ancorato” sopra 1,17, in attesa di conferme dai fondamentali: sorprese positive dagli Stati Uniti potrebbero innescare prese di profitto, mentre dati deboli rafforzerebbero la struttura di euro forte su dollaro.
Nell’area euro l’inflazione headline è risalita al 2,2% e il core si mantiene stabile al 2,4% da tre mesi, segnale di un equilibrio tra domanda moderata e prezzi dei servizi ancora sostenuti ma non preoccupanti. La BCE, dopo i tagli iniziali del ciclo, appare ora in una fase di “pausa strategica”: il tasso di deposito, attorno al 2%, viene considerato il livello terminale di questa fase, con bassa probabilità di nuove riduzioni nel 2026.
Sul fronte della crescita, il PIL del terzo trimestre 2025 è stato rivisto in rialzo a +0,3% t/t e +1,3–1,4% a/a, grazie al rimbalzo degli investimenti (+0,9%) e al contributo della spesa pubblica.
Un contesto di inflazione centrata e crescita positiva consente alla banca centrale di mantenere un approccio “wait and see”, riducendo la percezione dell’euro come valuta debole e offrendo una base macro più solida al cambio.
Dopo il terzo taglio consecutivo, la Federal Reserve ha portato il federal funds rate nel range 3,5–3,75%, il minimo dal 2022. Tuttavia, il tono del comunicato è apparso più cauto: la banca centrale parla ora di “entità e tempistica” dei prossimi aggiustamenti, lasciando intendere che non vi sia un ciclo di allentamento illimitato. Il dissenso interno al FOMC, con tre membri contrari all’ultima decisione, sottolinea la forza del dibattito su quanto spazio resti per ulteriori tagli.
L’economia statunitense rimane robusta: il PIL del secondo trimestre è stato rivisto al rialzo a +3,8% annualizzato, miglior dato dal 2023, spinto da consumi e investimenti. Tuttavia, le stime sul CPI di novembre indicano una riaccelerazione verso il 3,1% a/a, con un core intorno al 3%, segnalando pressioni inflazionistiche persistenti. Ciò impone alla Fed di bilanciare sostegno all’economia e prudenza su un’inflazione ancora sopra target.
Inflazione e PIL: divergenze coerenti con un equilibrio di breve
In Europa, l’inflazione prossima al target e in fase stabile da tre mesi consolida l’idea di una disinflazione ormai completata.
Negli Stati Uniti, invece, l’inflazione “appiccicosa” rappresenta la principale sfida: l’attuale livello intorno al 3% mantiene viva la possibilità di un bias più restrittivo, anche in un contesto di tassi in discesa.
Sul fronte reale, l’area euro cresce a ritmi moderati (1,3–1,4% a/a), ma in accelerazione rispetto ai trimestri precedenti. Gli Stati Uniti, al contrario, evidenziano un’espansione sostenuta, intorno al 3–3,8% annualizzato, ben lontana da una fase recessiva. Il differenziale di crescita resta strutturalmente favorevole al dollaro, ma il repricing delle aspettative sui tassi (Fed in taglio, BCE in pausa) riduce parte del vantaggio relativo USA, spiegando il rafforzamento dell’euro nel 2025.
Implicazioni per il cambio
Combinando i diversi fattori — politica monetaria, inflazione e dinamica del PIL — emerge un quadro più bilanciato.
L’eurozona mostra un ritorno alla stabilità dei prezzi con crescita in ripresa, mentre gli Stati Uniti mantengono un’economia vigorosa ma con inflazione più resistente. Il differenziale dei tassi, pur ancora favorevole agli USA, si sta restringendo; quello di crescita resta ampio.
Di conseguenza, il cross EURUSD appare oggi in una fase di equilibrio più simmetrico rispetto agli anni di dominio del dollaro. Nel breve termine, i prossimi dati su prezzi e crescita, insieme alle riunioni di BCE e Fed, saranno determinanti per capire se il cambio riuscirà a consolidarsi sopra 1,17–1,18 o se tornerà verso livelli inferiori in caso di un atteggiamento più “hawkish” da parte della Fed. Per ora, il contesto macro complessivo continua a offrire un supporto fondamentale all’euro.

EURUSD resta inserito in un quadro rialzista di fondo, ma la fase successiva al massimo in area 1,18 mostra un consolidamento/correzione in atto, strettamente sensibile ai prossimi dati macro USA ed eurozona.
Le stime più recenti collocano la media mobile a 50 giorni in area 1,1750, sostanzialmente allineata alle quotazioni delle ultime sedute e appena al di sopra della chiusura del 17 dicembre in area 1,1710, confermandone il ruolo di spartiacque dinamico di breve periodo. In questo contesto, il fatto che il prezzo oscilli a cavallo della 50-day dopo una fase di apprezzamento marcato in direzione di 1,18 delinea uno scenario di trend rialzista “in pausa”, in cui i test ripetuti della media assumono valore diagnostico per discriminare tra proseguimento del movimento e avvio di una correzione più ampia.
Eventuali discese sotto 1,1750–1,1675, area che in diversi approcci tecnici tende a sovrapporsi alle medie a 20 e 50 giorni, aprirebbero spazio a movimenti verso supporti più profondi in area 1,17–1,1660, senza compromettere immediatamente la struttura rialzista di medio periodo finché minimi e massimi crescenti resteranno intatti.
Il posizionamento delle medie a 100 e 200 periodi al di sotto dei prezzi e con inclinazione positiva continua infatti a suggerire un bias di fondo favorevole all’euro sul dollaro, con le eventuali fasi di arretramento da leggere, finché tali condizioni persistono, come movimenti di riequilibrio all’interno del trend principale piuttosto che come inversioni strutturali.
L’RSI a 14 periodi si mantiene nell’area neutrale/positiva (circa 50–60), dopo il rientro dalle zone prossime all’ipercomprato raggiunte durante la progressione verso 1,18, segnalando un momentum in fase di normalizzazione: viene meno la componente di eccesso rialzista, ma non emergono segnali di debolezza strutturale. In questa cornice, il confronto tra compratori e venditori tende a concentrarsi sui livelli tecnici chiave, con una forza relativa ancora sostanzialmente equilibrata e sensibile agli impulsi macro in arrivo.
La price action delle ultime sedute evidenzia un massimo significativo a 1,1804 il 16 dicembre, in linea con i massimi settimanali segnalati dai dati storici, seguito da una candela giornaliera dal corpo contenuto e con ombra superiore pronunciata, indicativa di rifiuto parziale dei livelli più elevati e di ingresso di vendite in prossimità di quell’area.
La seduta del 17 dicembre, con arretramento verso 1,1708–1,1711, appare più riconducibile a una fase di consolidamento/rientro dopo eccessi di breve che a un segnale di inversione netta, ma conferma il ruolo della soglia 1,18 come resistenza tecnica rilevante nel breve termine.
Sul timeframe orario, la violazione dei minimi intraday dopo il test della resistenza ha prodotto una sequenza di candele ribassiste relativamente compatte, coerenti con prese di profitto dopo il movimento quasi lineare di apprezzamento partito dai minimi in area 1,1624 registrati il 10 dicembre. Non emergono per ora pattern di inversione rialzista robusti sui minimi intraday del 17 dicembre (assenza di hammer o engulfing di rilievo), elemento che conferma la natura ancora “aperta” ed evolutiva della fase correttiva in corso, in attesa di nuovi driver informativi.
La mappa dei livelli tecnici individua un primo supporto in area 1,1700–1,1710, in corrispondenza dei minimi intraday più recenti e della zona di contatto con la midline del canale di regressione, che funge da primo banco di prova per la tenuta del trend di breve.
Un’area di supporto intermedio si colloca tra 1,1660 e 1,1675, spesso indicata come obiettivo naturale di eventuali correzioni in caso di cedimento dell’area 1,1750–1,17 e in alcuni framework coincidente con la 50-day assunta come spartiacque tattico; più in basso, il cluster 1,1624–1,1650, in cui ricadono i minimi del 10 dicembre e precedenti zone di congestione, rappresenta un supporto strategico di breve/medio periodo.
Sul fronte delle resistenze, il massimo a 1,1804 del 16 dicembre costituisce la prima barriera da monitorare: un superamento convincente, con chiusure giornaliere stabili sopra 1,18, aprirebbe spazio a estensioni verso 1,185–1,19, area già segnalata da alcune proiezioni tecniche e da pattern di tipo “inverse head and shoulders” individuati da parte degli operatori.
Nel brevissimo termine, tuttavia, la fascia 1,1750–1,1770 – dove gravita la 50-day e dove in passato si sono sviluppati reversal intraday – continua ad agire come resistenza di lavoro, soprattutto in un contesto di volatilità guidata dal newsflow macro e dalle aspettative sulle banche centrali.
EURUSD

L’aggiornamento al 17 dicembre 2025 delinea un EURUSD ancora strutturalmente forte su base annuale, ma impegnato in un consolidamento discendente dai massimi in area 1,18, in attesa di nuovi segnali da dati macro e comunicazione delle banche centrali. La lettura integrata di media mobile a 50 periodi, RSI, regressione lineare, pattern candlestick e mappa di supporti e resistenze restituisce un quadro di equilibrio instabile: il trend rialzista di fondo resta intatto, ma l’elevata sensibilità agli appuntamenti macro può trasformare rapidamente un semplice pullback in una correzione più ambiziosa qualora i fattori fondamentali si orientino a favore del dollaro, con rotture sostenibili sotto 1,17 generalmente associate a sorprese positive sui dati USA o negative su quelli dell’eurozona.
Non-Farm Payrolls, tasso di disoccupazione e salari: un pacchetto lavoro nettamente migliore delle attese (più occupati, disoccupazione in calo, salari robusti) alimenta la narrativa di “US growth outperformance”, sostiene i rendimenti dei Treasury e tende a rafforzare il dollaro, esercitando pressioni ribassiste su EURUSD.
Inflazione USA (CPI, PCE): letture core sopra consenso o inversioni al rialzo della tendenza consolidano l’idea di una Fed più hawkish o meno incline a tagliare, con tassi reali USA più elevati e maggiore probabilità di rotture dei supporti tecnici chiave del cambio.
Retail sales, ISM/PMI e dati sulla domanda interna: sorprese positive su consumi e attività manifatturiera/servizi rafforzano la percezione di un’economia USA resiliente, ampliando il premio di crescita rispetto all’area euro e aumentando la pressione sull’euro-dollaro.
Dati macro deboli in area euro (PMI, produzione industriale, fiducia, vendite al dettaglio): una sequenza di indicazioni di rallentamento marcato o rischio recessione comprime le aspettative sui tassi BCE e rende più difficile per l’euro difendere i guadagni contro il dollaro.
Inflazione eurozona sotto attese: letture HICP headline e core persistentemente basse o in rapido raffreddamento riaprono lo scenario di una BCE più dovish o molto prudente, riducendo l’appeal del differenziale di rendimento e facilitando eventuali break ribassisti oltre i livelli tecnici già mappati.
Tono BCE vs Fed: conferenze stampa e discorsi in cui la BCE enfatizza i rischi al ribasso per crescita e inflazione, mentre la Fed mantiene un’impostazione relativamente più restrittiva, amplificano la divergenza di policy a favore del dollaro e aumentano la probabilità che i test dell’area 1,17–1,1660 si traducano in rotture effettive.
Uno scenario “dollaro forte” nasce dalla combinazione di NFP robusti, inflazione USA sopra le attese e dati reali solidi che inducono il mercato a ridimensionare le aspettative di tagli futuri della Fed, con contestuale flusso di notizie tiepido o negativo dalla zona euro.
Uno scenario “euro debole”, invece, può scaturire da sorprese negative sui dati di crescita o fiducia in eurozona, oppure da revisioni al ribasso delle proiezioni BCE con enfasi sui rischi al ribasso per l’inflazione, che rendono più probabile un ritracciamento del cambio verso e sotto 1,17 in concomitanza con la violazione dei supporti tra 1,1700 e 1,1660.
In sintesi analitica, qualsiasi combinazione di dati che allarghi il differenziale di crescita e tassi attesi a favore degli Stati Uniti, o che induca la BCE ad adottare un tono sensibilmente più accomodante rispetto alla Fed, aumenta la probabilità di una fase di debolezza strutturata dell’euro con estensioni sotto 1,17, soprattutto se accompagnata da un deterioramento del quadro tecnico (rottura del canale di regressione, RSI sotto 50 e violazione dei supporti principali).